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Città di Palermo
Cenni storici

Le origini di Palermo affondano le radici nella civiltà fenicia e sono strettamente legate al mare e all'attività del porto. L'antica Panormo era divisa già nel III secolo a.C. in una parte vecchia (Paleapolis) e una nuova (Neapolis) che distinguevano due momenti diversi dello sviluppo urbanistico; era inoltre circondata da una possente cinta muraria in grado di scoraggiare la maggior parte dei nemici.
Soltanto Pirro riuscì ad espugnarla, ma la tenne sotto il dominio greco per un anno appena (276). A lungo la città fu ritenuta inespugnabile e, nel periodo punico, godette di notevole prosperità grazie alle attività legate al commercio per via navale, alla pesca e alla coltivazione della fertile campagna.
Proprio per la posizione interessante della città, i Romani fecero un primo, inefficace tentativo di conquista nel 258 a.C.; nel 254 ebbero miglior fortuna e, dopo un lunghissimo assedio, ridussero in schiavitù la maggior parte della popolazione. Asdrubale e, dopo di lui, Amilcare Barca, tentarono inutilmente, dal 250 a.C. in poi, di riaffermare il potere cartaginese a Palermo.
Sotto il governo romano, la città perse quella vitalità economica che ne contraddistingueva l'identità nel periodo dell'autonomia e si adattò alle esigenze di tutta la regione con un conseguente decadimento.
Gli imperatori Vespasiano e Adriano decisero di costituirvi una colonia militare per favorirne la ripresa ma la vita di Panormo proseguì senza variazioni di rilievo almeno fino al V secolo, ovvero fino al periodo in cui i Vandali, al comando di Genserico, vollero espandere il loro potere su tutto il Mediterraneo.
Nel 440, la flotta vandalica approdò a Lilibeo, ben presto conquistata, e da lì raggiunse Panormo dando vita ad un lungo assedio che finì con la conquista e il saccheggio della città, la persecuzione contro la popolazione e in particolare contro il clero e i suoi principali rappresentanti.
Da Palermo, i Vandali partirono per le loro scorrerie lungo tutta la Sicilia ma furono poi sconfitti e allontanati dalle truppe dell'imperatore Valentiniano III, comandate da Cassiodoro. Genserico tentò ancora di tornare in Sicilia ma fu Odoacre a riuscirvi nel 476 dopo essere diventato padrone di gran parte dell'Italia a seguito della deposizione di Romolo Augustolo.
A Odoacre seguì l'ostrogoto Teodorico che portò un certo benessere a tutta l'isola.
L'imperatore Giustiniano cercò nel 535 di prendere il controllo di tutta l'isola per restaurare l'unità territoriale dell'antico Impero Romano, ma la truppe bizantine al comando di Belisario avviarono la conquista dell'Italia a partire dalla Sicilia e trovarono l'appoggio della popolazione, stanca del dominio dei Goti.
Panormo fu l'unica città ad offrire una strenua resistenza, costringendo Belisario a tentare la via del mare con un abile stratagemma; la città fu così conquistata e il re goto Teodato fu costretto a scendere a patti con Belisario.
Il dominio bizantino si protrasse a lungo (535-831) e la città, seconda solo a Siracusa, cominciò a primeggiare nella parte occidentale della Sicilia in cui, fra l'altro, era a capo dei possedimenti locali della Chiesa. Fu anche importante sede vescovile ma la fase ascendente che la caratterizzò in campo economico e politico, iniziò sotto il dominio musulmano.
L'esercito arabo, giunto dall'Africa e dalla Spagna, occupò Palermo nell'831 dopo un lunghissimo assedio che ridusse la popolazione a soli 3.000 abitanti (70.000 in origine). Eppure, la città ebbe un'immediata ripresa e cominciò a prosperare, la popolazione crebbe molto, al pari dell'economia e ben presto Palermo fu nominata capitale dell'emirato musulmano, superando per importanza Siracusa.
Sorsero nuovi quartieri, vennero immesse nuove colture, nuovi sistemi di conduzione agraria e di irrigazione: il tutto portò incremento dei commerci a livello internazionale e ricchezza, mentre Messina era in decadenza e quindi Palermo diventò il principale punto di incontro delle rotte del Mediterraneo arabo.
Nonostante i divieti e le minacce del Papa, nei secoli IX e X, i mercanti veneziani, amalfitani, napoletani, gaetani e salernitani continuarono a tenere rapporti commerciali intensi con gli Arabi in Sicilia.
Furono i Normanni a riportare la Sicilia nell'ambito del mondo cristiano: il conte Ruggero, alleato con il fratello Guiscardo, conquistò Palermo nel 1072 lasciandone il controllo militare a quest'ultimo. I signori siciliani riuscirono a sostituirsi alle milizie del Guiscardo acquisendo tutti i diritti sulla città fino al momento in cui Ruggero II fu incoronato re di Sicilia nel 1130 e Palermo divenne capitale effettiva del regno.
La città era a quel tempo (XI-XII secolo) molto grande, famosa nel mondo e bellissima, con edifici originali, imponenti ed eleganti, attraversata da un fiume e da altri corsi d'acqua minori, affacciata sul mare e con alte montagne alle spalle, ricca di frutteti e di campi coltivati.
Nella Palermo normanna si trovavano cittadini Musulmani, Greci, Latini, Ebrei e vi si parlavano ben tre lingue. Il sostegno della Corte andava al nucleo latino della popolazione che doveva assorbire gradualmente gli altri. I Musulmani avevano i propri borghi, venivano giudicati da un proprio cadì, avevano in mano la gran parte dei negozi, ma venivano impiegati anche nell'amministrazione centrale. La politica normanna fu evidentemente tollerante e favorì la convivenza pacifica fra le varie etnie.
Fu l'episodio dell'uccisione di Maione di Bari che scatenò l'opposizione del gruppo cristiano nei confronti dei Musulmani che vennero uccisi in gran numero, si asserragliarono nella zona del Papireto e furono di nuovo attaccati in occasione della morte di Guglielmo II.
Il gruppo latino rimase all'ombra della Corte e prosperò fino a determinare la latinizzazione della città attraverso le cariche ricoperte nella gerarchia statale, ecclesiastica, nella nobiltà e nell'esercito.
Altri gruppi erano costituiti da veneziani, pisani, genovesi, lombardi, baresi ed ebrei (sottoposti ad una tassa particolare).
Le diverse religioni e culture fecero di Palermo una città veramente cosmopolita con attività di ogni tipo che ne determinarono il ruolo di centro del risveglio culturale siciliano. L'intensa ed importante attività culturale si sviluppava in tre lingue diverse con conseguente traduzione da una lingua all'altra, in particolare dal greco al latino.
Nel 1194, Guglielmo III lasciò il potere agli svevi di Enrico VI che condussero una feroce repressione nei confronti dei sostenitori dei Normanni. Le cose non migliorarono con Federico II, ma Palermo si risollevò dalla crisi quando il re prese in mano la direzione del regno reprimendo le ambizioni particolaristiche dei nobili e dei partiti.
Così la città divenne il nucleo portante di un vastissimo ambiente culturale, capitale di un organismo politico all'interno di uno Stato assoluto e accentrato, punto di riferimento ideale dell'impero d'Occidente.
Nonostante ciò la popolazione diminuì drasticamente, la comunità musulmana venne deportata nella penisola e la città divenne quasi interamente cristiana.
Federico II cercò di ovviare al problema dell'abbandono delle case concedendo privilegi e facilitazioni a coloro che accettassero di trasferirsi a Palermo da tutto il resto della penisola e dall'estero e addirittura vi deportò gli abitanti di alcuni paesi vicini.
Inoltre, portò il tasso doganale sulle merci dei mercanti saraceni al dieci per cento; Palermo esportava allora legumi, agrumi, frutta secca, legname ed importava spezie, lana, seta, ferro, piombo, ma molti altri prodotti erano scambiati e quindi soggetti a vari tipi di dogana. Tuttavia, la vita economica della città ristagnava, vivendo di rendita sui passati splendori, mentre la vita culturale prosperava notevolmente intorno a vivaci circoli culturali che raccoglievano importanti esponenti del periodo, ad esempio: la Scuola poetica siciliana e la Scuola cancelleresca che fu caposaldo della resistenza siciliana alla imposizioni pontificie.
Alla morte di Federico II nel 1250, la città continuò ad accompagnare le vicende della casata sveva fino alla caduta di re Manfredi (1266), mantendosi all'altezza del ruolo politico che aveva assunto nel regno.
L'arrivo degli angioini non riuscì mai a scalzare la fedeltà ai precedenti regnanti. D'altra parte gli angioini non si posero mai nella condizione di entrare in contatto con la popolazione per capirne le esigenze e, anzi, Carlo I appesantì il sistema di prelievo fiscale del predecessore e spostò la capitale del regno a Napoli.
I centri vitali del regno passarono in mano ai francesi e i provenzali ottennero particolari favori nell'esercizio dei commerci. L'esasperazione dei palermitani esplose nel 1282 a partire da un fatto apparentemente di scarso rilievo e si allargò a tutta la Sicilia. Fu così che, in breve tempo, gli angioini vennero cacciati da quasi tutta l'isola.
In una riunione parlamentare di tutti i principali esponenti siciliani, svoltasi a Palermo, venne scelta la proposta palermitana di chiamare Pietro III d'Aragona a reggere le sorti dell'isola in quanto considerato erede della tradizione sveva perché marito di Costanza, figlia di Manfredi. Con la realizzazione di questo progetto, Palermo tornò ad essere capitale del regno.
Fra Federico III e i Martini, Palermo rimase stabile e subì sia le tensioni interne sia quelle con Napoli, che in quel periodo attraversavano l'isola. Gli angioini cercarono a più riprese di riprendere il possesso della Sicilia, attaccando le sue città più importanti (Palermo nel 1325, Messina nel 1345).
Nel 1348, dopo l'infuriare della peste, riprese la lotta fra catalani e latini all'interno della città che vide prevalere il potere baronale della famiglia Chiaramonte della fazione latina. I Chiaramonte lottarono contro il re e favorirono il ritorno degli angioini nell'ambito di una guerra civile che costrinse Palermo a sottomettersi volontariamente a Luigi di Napoli, più per fame che per altro.
Iniziò così, non senza portare scandalo, la prevalenza degli interessi municipalistici su quelli generali dell'isola. Lo scopo finale era quello di dare alla politica un indirizzo "italiano" contro gli interessi del partito catalano.
Così venne stabilito che i re di Sicilia si facessero incoronare a Palermo, che dovessero risiedere a Palermo ogni tre anni, restituendo alla città la sua dignità di capitale del regno.
L'arrivo degli angioini non fu seguito immediatamente dall'arrivo del re napoletano e questo provocò il malcontento della popolazione che in poco tempo determinò la conclusione della parentesi angioina a Palermo e dei programmi politici ad essa collegati.
Nel 1361 i Chiaramonte si posero di nuovo al servizio di Federico IV ma quest'ultimo si recò a Palermo nel 1366 e nel 1374 senza mai riuscire a scalfire di fatto il loro potere sulla città.
I Chiaramonte estesero il loro dominio anche su Trapani e Agrigento e mantennero la loro posizione di primo piano fino al 1392 quando i Martini arrivarono in Sicilia e, con le armate del re, posero un assedio di tre mesi alla città di Palermo che aveva preso le parti opposte. La città fu conquistata e i ribelli puniti ma la popolazione insorse ben presto contro i nuovi signori e i Chiaramonte condussero una lunga resistenza fino al 1397 quando, ormai stremati, i palermitani decisero di chiedere clemenza al re per il loro tradimento.
Il re acconsentì e i Chiaramonte furono esiliati.
Martino I rientrò nella capitale e vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1409; il potere passò poi a Martino II fino al 1412 quando iniziò una guerra civile in tutta la Sicilia a causa delle rivalitÀ fra la regina vicaria Bianca e il conte di Modica (gran giustiziere del regno).
Palermo si fece carico di mediare fra le parti con lo scopo di recuperare il vecchio ruolo di predominio sull'isola e, nonostante le rivalità che si accesero in quel periodo fra le città siciliane, riuscì nel suo intento diventando sede dei vicerè aragonesi e castigliani.
Nella città si riuniva ogni tre anni il parlamento siciliano, ormai considerato come l'unica istituzione a tutela degli interessi complessivi dell'isola.
La situazione non portò un benessere sostanziale alla popolazione che durante i secoli XVI e XVII fu protagonista di numerose sollevazioni di protesta nei confronti del malgoverno dei vicerè.
Nel corso del '600, la peste, la carestia, la fame nelle campagne come in città, le rivolte e l'Inquisizione caratterizzarono la vita di Palermo. I tentativi di creare un regno autonomo staccato dalla Spagna fallirono tutti e infine la popolazione cedette alla politica paternalistica instaurata dalla monarchia spagnola.
Al termine di questo periodo tormentato Palermo si trovò cambiata: non era più un punto di riferimento per tutta l'isola, dipendeva in larga parte dal suo entroterra e la sua struttura divenne burocratica. La città assunse un atteggiamento sonnolento all'ombra della Corte dei vicerè, mentre cresceva il divario fra il lusso dei nobili e la povertà della massa, non essendo presente una fascia intermedia di borghesia.
Nonostante questo, la "facciata" rimase quella di una città moderna e sfarzosa, sempre curata dai vicerè sul piano del restauro e dell'abbellimento architettonico. La città non rimpianse mai la dipartita degli spagnoli ed accolse festosamente l'arrivo della monarchia sabauda con Vittorio Amedeo II nel 1713.
Il tentativo del re di adeguare la burocrazia locale al modello di quella piemontese provocò la nascita dell'ostilità popolare, stroncata ben presto dal trattato dell'Aia che impose alla Sicilia un nuovo cambio di padrone (1720).
In realtà, nel 1734 l'isola venne conquistata da Carlo di Borbone che vide ufficialmente riconosciuto il suo nuovo possesso dalla pace di Vienna del 1738.
Con il re borbone Palermo divenne centro della nuova struttura burocratica e finanziaria del regno. L'atteggiamento politico di riformismo assolutistico proseguì anche con Ferdinando III (1759) e determinò l'espulsione della Compagnia di Gesù dal regno; i gesuiti furono così allontanati nel 1767 e i loro beni furono confiscati.
Nel 1781 arrivò a Palermo Domenico Caracciolo che eliminò il tribunale dell'Inquisizione e tentò di portare una politica di larghe vedute che allarmò la nobiltà palermitana.
Caracciolo venne richiamato a Napoli e fu sostituito da re Ferdinando (1798) che non portò nulla di positivo alla città.
Nel 1812 il parlamento adottò la costituzione e abolì il feudalesimo ma non riuscì a sanare i problemi della Sicilia che era dominata dai contrasti fra vecchio e nuovo baronaggio.
La volontà autonomistica diretta contro il governo napoletano, tornò durante la rivoluzione scoppiata a Palermo nel 1820. Da qui nacque successivamente il movimento risorgimentale.
Nel 1837 il colera uccise 70.000 persone e scoppiò una nuova rivolta.
Palermo fu di nuovo all'avanguardia nella rivoluzione siciliana del 1848 che durò un anno e mezzo e dichiarò decaduta la monarchia borbonica. Il borbone tornò con una certa facilità e restò fino al 1859 quando Francesco Crispi riuscì a coordinare un comitato rivoluzionario che doveva preparare le premesse per lo sbarco di Garibaldi che finalmente giunse a dare sostegno decisivo degli sforzi dei palermitani.
Le truppe borboniche furono evacuate nel 1860, tuttavia, dopo l'entusiasmo iniziale della liberazione, Palermo tornò a farsi portavoce del malcontento generale causato dalla nuova burocrazia, dal servizio militare di leva, dal monopolio dei tabacchi e da tutti quegli elementi che crearono smarrimento e delusione nella popolazione dopo la prima fase unitaria.
Si verificarono così nuove rivolte nel 1866 (certamente sostenuta dagli ultimi borbonici) e nel 1894 (legata alle prime organizzazioni socialiste) entrambe represse in poco tempo.
Dopo questi avvenimenti subentrò una diffusa sfiducia che attenuò le polemiche politiche e la questione autonomistica venne risolta nel 1896 con l'istituzione a Palermo di un commissariato civile. Da allora la città si ampliò più volte in varie direzioni anche in seguito ad un considerevole aumento della popolazione avvenuto dopo la seconda guerra mondiale.
La vivacità culturale della città fu sempre testimoniata dalle iniziative e dai nomi importanti che la caratterizzarono in ogni campo.
Con il XX secolo la storia di Palermo si svolse in un tono minore che andrà avanti anche nel ventennio fascista; la guerra porterà la distruzione di molti quartieri e opere monumentali, in particolare chiese barocche.
Con l'ingresso delle truppe alleate Palermo riprese il ruolo di città pilota dell'opinione pubblica siciliana e si cominciò a parlare di autonomia anzichè di separatismo.
L'istituzione dell'autonomia regionale trovò Palermo pronta ad assumere il ruolo di capitale, sede della nuova burocrazia regionale e portavoce delle esigenze di tutta l'isola.

Nota della Redazione di Info Turismo Italia
la sintesi storica qui pubblicata deriva da ricerca diretta su testi storici e bibliografici, ferma comunque ogni disponibilità per approfondimenti ed ampliamenti da parte di chi fosse direttamente interessato sia a livello personale che istituzionale. Per ogni rilievo o puntualizzazione si prega indirizzare a:



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